lunedì 6 aprile 2009

Quando finirà il petrolio?

Quando finirà il petrolio? La domanda non ha semplice risposta. Anzi: la domanda è tanto diffusa quanto mal posta. Il petrolio non finirà, probabilmente; si rannicchierà sempre più in fondo, scivolando sotto terre e oceani; materia antica, oscura. Finirà, invece, la possibilità della tecnologia umana di catturarlo: i costi dell'operazioni affosseranno il mercato estrattivo, e questo sta, in realtà, già accadendo su larghissima scala.

Secondo l'associazione “ASPO” il picco del petrolio, cioè il massimo valore estrattivo di petrolio al prezzo più basso, ha superato la sua china nel 2005, e la discesa è iniziata, inesorabile e totalmente imprevedibile nelle sue tappe.

Naturalmente s'intreccia, a questo scenario globale senza eccezioni, la crisi economica. Diverse compagnie petrolifere inglesi e canadesi hanno già chiesto aiuti statali ai loro Paesi e la nostra stessa ENI ha rinunciato ai suoi progetti in Alaska, lanciati l'anno scorso. In Nigeria il colosso Shell sta abbandonando i propri giacimenti perché la resistenza dei guerriglieri locali, alimentata dalla rabbia per lo scempio ambientale e sociale causato negli anni dalle compagnie petrolifere internazionali, sta costando troppo rispetto ai sempre più magri risultati conteggiati in barili. Il crollo dei sistemi bancari frena persino gli investimenti sulle energie alternative, in una giostra da capogiro. Intanto, in Italia, i consumi elettrici aumentano di 1,5 l'anno e si parla, molto a sproposito, di nucleare, mentre i governi più illuminati, come quello statunitense o quello norvegese, puntano all'indipendenza dalle fonti esauribili, la cui fine è palesemente all'orizzonte.


Di questi temi si è discusso, qualche sera fa, a Milano, durante una serata di cineforum a Chiamamilano, dedicata all'auto elettrica e alla sostenibilità energetica: "Chi ha ucciso l'auto elettrica?". Potete ascoltare le risposte, alle domande del pubblico presente, dei due importanti ospiti: Toufic El Asmar, docente dell'università di Firenze e membro di "ASPO", e Roberto Rizzo, giornalista scientifico esperto di energie alternative. Cliccate qui sotto.

venerdì 6 febbraio 2009

Il mio testamento biologico


Ho deciso di rendere pubblico il mio testamento biologico, che ho scritto nel pieno delle mie facoltà psicofisiche. Lo faccio a seguito della decisione dell'attuale governo italiano di vietare la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione, decreto scritto per impedire al papà di Eleonora Englaro di lasciar andare la figlia dopo diciassette anni di stato vegetativo artificialmente sostenuto. Da tempo, da quando cioè Giulio Mozzi aveva lanciato l'idea sul bollettino Vibrisse, pensavo di pubblicarlo. Oggi mi pare inevitabile.

Mi capita di pensare alla morte. Succede occasionalmente, quando la mente costruisce ipotesi di prossime realtà: non è un pensiero fisso, e forse a venticinque anni è giusto così. Ho imparato che è più saggio guardare la morte in faccia per cercare di comprenderla per ciò che è, un comune umano destino. Credo faccia sentire più sereni, nonostante il disagio generabile dal pensarla inevitabile. La dottrina buddhista spiega che la prima verità della vita è l'esistenza della sofferenza: viene chiamata
nobile verità, e giustamente. E' nobile perché porta ad una consapevolezza limpida, che – tale la mia esperienza – aiuta ad evitare l'ansia del domani: è degna d'essere conosciuta, insegna ad accogliere e lasciar sciogliere il patimento. Ecco perché comporre un proprio testamento biologico mi pare un gesto di consapevole civiltà. Renderlo pubblico è poi una maniera per sottolineare il limbo giuridico d'incoscienza a cui la nostra società si costringe oggi.
Pochi mesi fa ho saputo che quest'anno dovrò sottopormi ad un intervento di chirurgia spinale. Ho fiducia che l'operazione, pur impegnativa, andrà bene. Avrò vicino chi mi vuole bene. Comunque, le possibilità di un errore da parte della medicina esistono ed è conveniente metterle sempre in conto. Per cui, digitando queste parole, è inevitabile che pensi anche a questa prossima esperienza che dovrò fare.
Potrebbe un giorno capitare che, quest'anno, come il prossimo, come fra dieci, venti, trenta, quarant'anni, mi trovi a non avere più modo d'esprimere razionalità, sentimenti, e nemmeno istinti: credo si chiami stato di coma vegetativo, ed è possibile che non sarà, presumibilmente, reversibile. Se mai succedesse chiedo alle persone che mi sono vicine e sono nelle condizioni di decidere il proseguire o no di questo stato di non subire ma prendere la decisione migliore, fatta in nome del loro rispetto alle mie convinzioni e alle loro convinzioni. Chiedo coraggio e consapevolezza. L'accanimento terapeutico su qualcuno che mai potrà trarne un qualunque sollievo reale perché tenuto in vita (non-cosciente) solo dalle macchine non è la scelta che farei per qualcuno che amo: dopo i tempi necessari (quali sono lo diranno il singolo caso e la medicina e le evidenze empiriche) di accertamento delle condizioni stabili, dopo i tempi necessari per l'accettazione di una situazione ormai definitiva, trovo giusto che si decida di dar corso al ciclo naturale di vita e di morte.
Mi piacerebbe morire a casa, non in ospedale. Vorrei che i miei organi venissero donati a chi ne avesse bisogno e vorrei essere cremato. Vorrei ci fosse serenità nel compiere tutto questo, nonostante il suo peso; che si vivesse il presente, non il passato. Grazie, grazie.


mercoledì 4 febbraio 2009

Dov'è la cultura a Milano? Jaar, "Questions" e Cox 18





MILANO. Discutere e scrivere di cultura a Milano in giorni in cui uno dei centri liberi della metropoli, il Cox 18, viene sgombrato con metodi vecchi e infelici, pone pesanti dubbi sulla consapevolezza di questa città nei confronti del suo tessuto sociale, culturale, civile e politico. Ecco perché il progetto pubblico firmato Alfredo Jaar, Questions Questions, celebrato una manciata di giorni fa in un convegno dedicato alla ricerca della cultura a Milano e in Italia (promosso, al teatro Litta, da provincia e fondazione Hangar Bicocca), è riuscito solo in parte. Oltre cento giorni di domande rivolte agli abitanti di Milano, attraverso poster e video schermi, pannelli e postcard, sfruttando spazi solitamente occupati dalla pubblicità, cosa hanno lasciato all'ombra di Palazzo Marino? E fra i cittadini? Dubbi? Riflessioni sulla statura, enorme ma invisibile, di Antonio Gramsci, Pierpaolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti? Forse. Hanno, però, trascurato ogni indagine profonda delle criticità e il convegno “Abbiamo dimenticato la cultura?” ne ha ribadito la sostanziale ambiguità. Nella sua terra, il Cile, negli anni orribili della dittatura di Pinochet, Jaar aveva esordito riempiendo Santiago di parole: “Are you happy?”, chiedeva, un po' spontaneo un po' retorico, ai suoi connazionali. “Questions Questions” ha calato una medesima formula nella dittatura massmediatica che Jaar, in primis, riconosce essere l'Italia d'oggi. “Cos'è la cultura? La politica ha bisogno della cultura? La cultura è critica sociale? Cultura, dove sei?” si è letto per mesi, caratteri bianchi e bordeaux su sfondo notte, nelle piazze, nelle strade, su tram e metropolitane, palazzi e monitor. E ancora: “Alla ricerca di Pasolini a Milano...”; “La cultura dell'emergenza...”; così via, in una catena di microprovocazioni. Tanti sguardi si sono sollevati a leggere, a subire, e pochi a rispondere. Jaar non cercava risposte: “Attraverso questi interventi volevo lavorare all'ombra di tre maestri, Gramsci, Pasolini e Ungaretti – ha spiegato al Litta – per penetrare il sistema ovunque, nelle sue crepe, e generare un immaginario di cambiamento attraverso lo spazio pubblico”. Di cambiamento non si era mai letto e scritto tanto da almeno trent'anni: “La cultura ha immaginato un Barack Obama prima ancora che ne esistesse uno. La cultura è potente” ha scandito Jaar. Una potenza in positivo e in negativo se, come ha acutamente sottolineato l'antropologo Marco Aime, fra gli ospiti del convegno, il termine cultura è giunto a sostituire quello novecentesco di razza. “Assistiamo ad atti di fondamentalismo culturale, che si basano su una retorica molto semplice, quella dell'ognuno 'a casa sua' e dell'identità come mono identità. Ma le culture sono dei cantieri sempre aperti”. Proprio sugli strumenti del cantiere cultura penetrano le perplessità circa il lavoro di Jaar a Milano. A dar loro voce è stata Carolyn Christov-Bakargiev, prossima curatrice di “Documenta”, che ha ammesso le difficoltà d'accettare, senza un dubbio, “Questions Questions”: Chiediamoci: esiste davvero ancora lo spazio pubblico o è totalmente privatizzato?. Chi Milano la conosce da più vicino sa come sia questo il nodo culturale da sciogliere, in una città sempre più uniformata, intossicata dalla speculazione privata. Un intervento come quello dell'artista cileno può essere involontariamente complice della superficialità di un sapere che si sente collettivo, interconnesso, ma è fragilissimo. Di cosa parliamo quando parliamo consapevolmente di arte pubblica? A questa domanda chiave non è stata data una risposta. Solo nei lavori coi licei artistici le intenzioni di Jaar hanno trovato collocazioni adeguate per un fine educativo, certo fondamentale. Perciò ha ragione chi ha insistito che tutti i materiali del progetto vengano donati alle scuole. Fuori dal perimetro formativo, una ri-formazione civica non c'è stata, e al posto delle questions di Jaar sono tornate le immagini della solita pubblicità. E le chiacchiere del salotto intellettuale. [Pubblicato in versione estesa, anche in lingua inglese, su Succoacido.net]



Save Cox 18


giovedì 18 dicembre 2008

Chi governa le nostre vite?


Sarà "The Corporation" a chiudere, lunedì prossimo a Chiamamilano (20.45), le proiezioni 2008 di Cineforum altoparlante, rassegna che curo con l'amica Asli Haddas. La serata è dedicata ai temi del consumo critico e consapevole, a ridosso delle festività più inconsapevoli, a livello di consumi, dell'anno. Firmata da Mark Achbar, Jennifer Abbott e Joel Bakan, la pellicola svela chi sono le vere istituzioni sovrane del mondo contemporaneo, le corporation, capaci di manipolare le nostre vite alla patologica ricerca di profitto, potere e consenso. Qual'è la loro storia? Quali sono i loro mezzi? E sono rimaste, per noi, scelte di reale alternativa? Dopo "Biùtiful cauntri" e "Diario del saccheggio", un altro film scomodo, complesso, necessario. Ad anticipare la visione sarà un collegamento con Jacopo Fo (http://www.jacopofo.com), da tempo in prima fila nel campo del consumo intelligente. Scopriremo inoltre, assieme, alcuni esempi locali di cittadinanza critica già operanti nel territorio milanese, con l'associazione "A braccia aperte" e col gruppo Consumo consapevole del Meetup dei grilli milanesi. Vi consiglio, come sempre, la prenotazione via e-mail: i primi quindici che scriveranno a cineforumaltoparlante@gmail.com per garantirsi il posto, riceveranno un piccolo regalo.

The Corporation. Cinema per capire la realtà: è soprattutto questo The Corporation, documentario canadese del 2003, diretto da Mark Achbar e Jennifer Abbott e tratto dall'omonimo libro di Joel Bakan (Fandango Libri). Si parte da lontano, analizzando la nascita del concetto di corporation e il modo subdolo in cui essa ha approfittato di una legge nata per gli schiavi neri, equiparandosi ad una "persona giuridica", ciò che fondamentalmente le ha concesso di acquisire certi diritti e quindi, il potere nell'economia mondiale. Un tema quanto mai attuale, sviscerato con una documentazione copiosa e puntuale: non un documentario "alla Michael Moore" (che tra l'altro compare tra i contributors, al fianco di Noan Chomsky, Naomi Klein e altre icone del movimento no global), ma due ore e oltre che dipingono un affresco sul mondo delle multinazionali e sulla follia legittimata del capitalismo globale. Anche grazie alle testimonianze di manager e dirigenti, guru finanziari, spie industriali e pubblicitari: perfetti gentleman responsabili di incredibili speculazioni ad esempio a danno dell'infanzia. Una schizofrenia inquietante, insita nel concetto che la motivazione del profitto non ha costituzionalmente limiti. Le corporation sono viste più come persone che come aziende, e ognuna ha il suo carattere, le sue peculiarità: ma, a differenza delle persone reali, queste "non hanno un'anima da salvare né un corpo da incarcerare", ed è lì che prospera l'amoralità, pur legittimata che sia.

"Se vediamo una corporation come persona giuridica, non dovrebbe essere tanto difficile mettere in parallelo la psicopatia dell'individuo con la psicopatia della corporation. Potremmo esaminare le caratteristiche di questo specifico disturbo una ad una, applicate alle corporation... Ne avrebbe tutte le caratteristiche. E infatti, sotto molti aspetti, la corporation risponde al prototipo dello psicopatico". Sono parole di Robert Hare, psicologo dell'FBI. Il film si apre con George Bush impegnato nel discorso che tenne alla nazione dopo lo scandalo Enron: "Poche mele marce in un sistema sano" fu l'ipocrita versione ufficiale, ripresa dai media.

Ma il film dimostra che non è così: di esempi concreti che gettano più di un'ombra cupa sul sistema delle corporation, il film è pieno. Dalla complicità del regime nazista con la Ibm (l'inchiostro con cui furono marchiati i deportati nei lager era fornito dalla Ibm, che si offrì anche di organizzare la feroce contabilità di Auschwitz, Dachau, Buchenwald) allo scandalo del latte contaminato della Monsanto, scoperto da due reporter licenziati e mai risarciti a causa di un cavillo legale, The Corporation è un documentario di controinformazione che nonostante la lunghezza e la quantità di informazioni che contiene, non risulta noioso per lo spettatore, conducendolo attraverso un viaggio di scoperta in quelle che sono sono diventate, grazie alla legge americana, la versione aggiornata di monarchie e dittature. E pone una legittima domanda sul futuro di un sistema tanto malato e sempre più svincolato da ogni sorta di controllo democratico. [Antiniska Pozzi per Cineforum altoparlante]

Immagini, trailer, commenti e aggiornamenti anche su Meetup e Facebook.


sabato 29 novembre 2008

"Piacere, Beppe Grillo". Video con Domenico Finiguerra e i "grilli"


Lo scorso 13 novembre ho conosciuto Beppe Grillo, quando era a Milano per la tappa 2008 del suo nuovo tour, "Delirio". Assieme ai Grilli altoparlanti di Milano e a Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, comune lombardo "a crescita zero", ho incontrato il comico genovese nel backstage e ho poi assistito allo spettacolo del Datch Forum da una posizione privilegiata. Ho montato il video dell'evento di Assago con le riprese dell'amico Mario Garofalo durante lo show: si tratta di mobilità e rifiuti umidi, di Expo 2015 e Ligresti, di Barack Obama e "corsi di morte finta".

Beppe Grillo ha ancora il merito di portare le persone che lo ascoltano ad accorgersi dei meccanismi di cui sono inconsapevoli attori e vittime. Distribuisce pillole rosse. E', al di là di una manciata d'uscite infelici, una forza della natura, ma rimane un comico, e mi auguro lo rimanga: anzi, secondo quanto ci ha detto lui, non è suo desiderio candidarsi a ruoli di carica politica. Meglio. Sono i cittadini, praticanti politica e impegnati soprattutto nel locale, a dover trovare la strada per incidere sulle sorti di un Paese in forte declino; significa non essere gli ambasciatori di Grillo, ma solo suoi "Amici". Possibilmente critici. E pazienti, perché il percorso è lungo. C'è da smantellare anni di passiva ipnosi nazionale. Forse Beppe Grillo potrebbe sfruttare i suoi contatti e la credibilità maturata in questi anni per riunire una cinquantina di esponenti della società civile migliore (scienziati, politici, intellettuali, sindaci, imprenditori...) per spingerli verso il Parlamento, come lista civica autonoma (non "di Grillo"). Forse non ne sarebbe in grado: è chiedergli troppo. Tentare sarebbe eroico, non significherebbe entrare in politica, ma essere lungimiranti e realmente costruttivi: questo sì. Affidare tutto all'estemporaneità della rete è prematuro, specie in Italia, sia sul fronte giornalistico che su quello politico. Piedi per terra.





venerdì 28 novembre 2008

Bufera all'università (non in metafora)


giovedì 27 novembre 2008

All'Ortomercato con Nando Dalla Chiesa: 'ndrangheta mai così "potente"

"A Milano serve ora una nuova Commissione comunale antimafia. Rischio crisi ed Expo"

Milano, mercoledì 26 novembre, ore 11.10. Testa alta; dati alla mano. Nando Dalla Chiesa prende parola (in foto) di fronte a uno dei luoghi simbolo del commercio italiano, l'Ortomercato di via Lombroso: sito
prediletto dalla 'ndrangheta, l'organizzazione criminale egemone a Milano, nella sua cintura e nell'hinterland, specialmente quello a nord, nord-ovest. E' una lezione fuori cattedra, per il professore, è l'appuntamento per lanciare la Carovana antimafia 2008, ma è specialmente l'occasione per denunciare l'inutilità delle amministrazioni pubbliche milanesi a fronte di una infiltrazione criminale che addenta la capitale economica del Paese da anni.
Eppure le inchieste della Commissione comunale antimafia avevano aperto una strada, fra il 1991 e il 1992, dando il via ai maxiprocessi con i quali la magistratura arrestò, in una Milano allora distratta dallo scandalo Tangentopoli, duemila persone affiliate alla 'ndrangheta. Nessuno ne ha memoria; né chi governa la città ha fatto sua la lezione. Oggi quella Commissione non esiste più, ma la mano mafiosa tiene ancora Milano ben stretta. Lo fa da più di cinquant'anni, da quando i primi clan calabresi giunsero al nord impegnandosi nel contrabbando di sigarette e bergamotto. Furono poi gli anni Ottanta a spingere la 'ndrangheta padana verso il narcotraffico e a dotarla di una autonomia totale dai luoghi d'origine. Negli anni Novanta l'organizzazione conquista persino un posto in Galleria Vittorio Emanuele: è suo, scoprirà la magistratura, il locale “La Vela”, a due passi a Palazzo Marino.
La Commissione parlamentare antimafia non ha dubbi: anche oggi la 'ndrangheta rappresenta, a Milano, “una imponente e ramificata presenza”, si legge in una recente relazione. Il giro di vite del 1992 non ha scalfito il sistema criminale, se quindici anni dopo la situazione è immutata: tramite esercizi di ristorazione, autorimesse, strutture societarie legate anche a Svizzera e Lussemburgo, la mafia calabrese perpetua i suoi illeciti, dal riciclaggio di denaro sporco al traffico di eroina, che era stato dirottato, a seguito delle indagini del 1991, nella terra d'origine. Inevitabile l'appello alla Sogemi, la società che gestisce, per conto del Comune di Milano, tutti i mercati agroalimentari all'ingrosso della città, scenario perfetto per l'azione d'infiltrati collusi con la malavita: con un bacino d'utenza di dieci milioni di abitanti, il giro d'affari Sogemi, quantificato in duemilacinquecento milioni di euro l'anno, continua ad attrarre ombre criminali; meglio, a subirle. Un protocollo d'intesa siglato ora con i sindacati "per garantire la massima trasparenza dei bandi pubblici per le cooperative del settore" avrebbe un peso significativo nella lotta alla 'ndrangheta, secondo Roberto Predolin, presidente Sogemi intervenuto alla fine della denuncia-lezione. A chi, del quartiere, gli domanda perché nei suoi anni di assessorato al commercio non abbia fatto di più per rimuovere le mele marcie, cancro-ponte fra politica e malavita, lui risponde di aver "chiesto la rimozione di persone inadatte a coprire certi ruoli, anche ad alto livello". A vuoto, si direbbe. Predolin fa suo l'appello di Dalla Chiesa perché la politica si occupi, prima ancora della magistratura, di investigare e sanare i meccanismi criminali, "a favore degli operatori onesti".
"E' necessario che Milano abbia una nuova Commissione comunale antimafia, magari composta solo da esterni - ha infine chiosato il professore Dalla Chiesa - e perciò voglio lanciare, dal quattro dicembre (giornata conclusiva della Carovana antimafia, nda), una raccolta firme cittadina per la sua ricostituzione". Palazzo Marino batta un colpo. "La 'ndrangheta non è compatibile con una società civile. La crisi economica ed Expo 2015 - ha aggiunto - rischiano di diventare loro affari d'oro".


martedì 25 novembre 2008

La penisola di Luxuria, dove niente è cambiato




Sono contento che Vladimir Luxuria abbia vinto l'ennesima edizione dell'Isola dei famosi. Buon per lei, per il suo piglio brillante, che desta simpatia, e per il suo impegno per cause importanti, totalmente ammirevole. Però, davvero: non chiamiamo questa una vittoria contro il pregiudizio, un successo che aiuta la causa della tolleranza in Italia. Se di successo si tratta è personale e abbraccia qualcuno, evidentemente, tenace, preparato, d'esperienza. Il resto è retorica di superficie, miope; qualcosa che si sgretolerà in poche settimane, come succede alle mille bolle (e balle) televisive dell'epoca odierna.

E' la cornice a parlare. Viviamo nell'unico Paese europeo che non riconosce le coppie di fatto, di nessun tipo; il nostro Parlamento accoglie persone che accostano gli omosessuali ai pedofili (signora Paola Binetti, PD), altri che scalpitano per la tutela d'un presunto sacro ordine sociale e morale che, a scavar un poco, nelle loro esistenze non ha testimonianza; il nostro attuale Ministro delle Pari Opportunità è un ex valletta che, una manciata di giorni fa, ha riconosciuto in “Dio, patria e famiglia” i suoi valori-guida; i nostri mezzi d'informazione fungono quasi quotidianamente da megafono alle voci vaticane, sessuofobe, omofobe, oscurantiste; a Roma, la nostra capitale, a Verona e in altre grandi città persone additate come “diverse” vengono picchiate, insultate, bruciate, uccise, per strada, nei parchi, nelle loro case o nei loro luoghi di ritrovo; nelle scuole del Paese l'educazione sessuale fatica a trovare spazi; nelle famiglie vige, molto spesso, un imbarazzo frutto d'una pochezza culturale che si palesa nei dati che vogliono il 38 percento degli italiani incapaci di affrontare un testo superiore alle dieci righe. C'è da piangere.

La
penisola nostra e di Luxuria soffoca e maschera l'intolleranza con le luci dello show Rai: al di fuori degli studi milanesi di via Mecenate, però, i colori della cronaca sono alquanto diversi. Viva Vladimir, ma non raccontate che tutto è cambiato.