MILANO. Discutere e scrivere di cultura a Milano in giorni in cui uno dei centri liberi della metropoli, il Cox 18, viene sgombrato con metodi vecchi e infelici, pone pesanti dubbi sulla consapevolezza di questa città nei confronti del suo tessuto sociale, culturale, civile e politico. Ecco perché il progetto pubblico firmato Alfredo Jaar, “Questions Questions”, celebrato una manciata di giorni fa in un convegno dedicato alla ricerca della cultura a Milano e in Italia (promosso, al teatro Litta, da provincia e fondazione Hangar Bicocca), è riuscito solo in parte. Oltre cento giorni di domande rivolte agli abitanti di Milano, attraverso poster e video schermi, pannelli e postcard, sfruttando spazi solitamente occupati dalla pubblicità, cosa hanno lasciato all'ombra di Palazzo Marino? E fra i cittadini? Dubbi? Riflessioni sulla statura, enorme ma invisibile, di Antonio Gramsci, Pierpaolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti? Forse. Hanno, però, trascurato ogni indagine profonda delle criticità e il convegno “Abbiamo dimenticato la cultura?” ne ha ribadito la sostanziale ambiguità. Nella sua terra, il Cile, negli anni orribili della dittatura di Pinochet, Jaar aveva esordito riempiendo Santiago di parole: “Are you happy?”, chiedeva, un po' spontaneo un po' retorico, ai suoi connazionali. “Questions Questions” ha calato una medesima formula nella dittatura massmediatica che Jaar, in primis, riconosce essere l'Italia d'oggi. “Cos'è la cultura? La politica ha bisogno della cultura? La cultura è critica sociale? Cultura, dove sei?” si è letto per mesi, caratteri bianchi e bordeaux su sfondo notte, nelle piazze, nelle strade, su tram e metropolitane, palazzi e monitor. E ancora: “Alla ricerca di Pasolini a Milano...”; “La cultura dell'emergenza...”; così via, in una catena di microprovocazioni. Tanti sguardi si sono sollevati a leggere, a subire, e pochi a rispondere. Jaar non cercava risposte: “Attraverso questi interventi volevo lavorare all'ombra di tre maestri, Gramsci, Pasolini e Ungaretti – ha spiegato al Litta – per penetrare il sistema ovunque, nelle sue crepe, e generare un immaginario di cambiamento attraverso lo spazio pubblico”. Di cambiamento non si era mai letto e scritto tanto da almeno trent'anni: “La cultura ha immaginato un Barack Obama prima ancora che ne esistesse uno. La cultura è potente” ha scandito Jaar. Una potenza in positivo e in negativo se, come ha acutamente sottolineato l'antropologo Marco Aime, fra gli ospiti del convegno, il termine cultura è giunto a sostituire quello novecentesco di razza. “Assistiamo ad atti di fondamentalismo culturale, che si basano su una retorica molto semplice, quella dell'ognuno 'a casa sua' e dell'identità come mono identità. Ma le culture sono dei cantieri sempre aperti”. Proprio sugli strumenti del cantiere cultura penetrano le perplessità circa il lavoro di Jaar a Milano. A dar loro voce è stata Carolyn Christov-Bakargiev, prossima curatrice di “Documenta”, che ha ammesso le difficoltà d'accettare, senza un dubbio, “Questions Questions”: “Chiediamoci: esiste davvero ancora lo spazio pubblico o è totalmente privatizzato?”. Chi Milano la conosce da più vicino sa come sia questo il nodo culturale da sciogliere, in una città sempre più uniformata, intossicata dalla speculazione privata. Un intervento come quello dell'artista cileno può essere involontariamente complice della superficialità di un sapere che si sente collettivo, interconnesso, ma è fragilissimo. Di cosa parliamo quando parliamo consapevolmente di arte pubblica? A questa domanda chiave non è stata data una risposta. Solo nei lavori coi licei artistici le intenzioni di Jaar hanno trovato collocazioni adeguate per un fine educativo, certo fondamentale. Perciò ha ragione chi ha insistito che tutti i materiali del progetto vengano donati alle scuole. Fuori dal perimetro formativo, una ri-formazione civica non c'è stata, e al posto delle questions di Jaar sono tornate le immagini della solita pubblicità. E le chiacchiere del salotto intellettuale. [Pubblicato in versione estesa, anche in lingua inglese, su Succoacido.net]
Save Cox 18